Gli "spazi" in Giappone
di Scilla IacutoneL'idea che i giapponesi hanno dello spazio ha permeato tutti i campi dell'attività umana: la pittura, la danza, la musica, la poesia, i rapporti sociali, oltre naturalmente l'architettura e l'urbanistica.
Il Giappone è da sempre un paese che manca di spazio e questo aspetto influisce determina una forte pressione a livello demografico. Da ciò, secondo molti, deriverebbe la miniaturizzazione dei giardini e, indirettamente, la gentilezza e la riservatezza, che imporrebbero a tutti gli individui la necessità di diminuire la frizioni interne di una società così densa.
L'architettura giapponese disdegna gli ordini geometrici e la prospettiva, anzi, addirittura la combatte, e questa tendenza all'asimmetria si manifesta chiaramente nell'evoluzione della pianta degli edifici religiosi.
Questo apparente disordine non vale soltanto per il costruito o per l'aspetto urbanistico, ma anche per la rappresentazione grafica: le antiche carte topografiche giapponesi presentavano infatti una molteplicità di orientamenti, in modo che bisognava girarle più volte per leggerle.
Caratteristiche analoghe si ritrovano nel sistema degli indirizzi: quello che si indica non è il nome della strada né il numero civico, ma il nome del quartiere (machi o cho) , seguito da tre numeri che si riferiscono rispettivamente alla sezione del quartiere, all'isolato e alla parcella. Alla base di ciò sta il fatto che la logica non è qui dell'osservatore, come nelle nostre città, ma quella dell'abitante. Questo annullamento domiciliare sembra scomodo a chi, come noi, è abituato a stabilire che la cosa più pratica è sempre la più razionale. Tokyo ci ripete invece che il razionale non è che un sistema tra altri, perché ci sia padronanza del reale è sufficiente che ci sia un sistema, anche se questo sistema è apparentemente illogico, inutilmente complicato, curiosamente diverso. Si può indicare l'indirizzo con uno schema di orientamento, disegnato o stampato e gli abitanti eccellono in questi disegni improvvisati.
Fino al periodo Meiji (1868-1912), in Giappone l'architettura era quasi esclusivamente basata sul binomio montante-trave, e in questa tradizione era il pavimento , piuttosto che il muro, a costituire il fuoco dell'attenzione e a causa del tipo di costruzione, aperta, non isolata, il concetto di riscaldamento fu lento a svilupparsi. La casa tradizionale giapponese non tratteneva il calore, avendo una parte muraria relativamente piccola, ma la gente si è sempre industriata per ottenere calore con altri mezzi: vestendo con abiti di stoffa spessa, imbottiti, e adottando abitudini alimentari che producono calore: stufato, tè caldo e, naturalmente, sakè riscaldato. I giapponesi, prima di andare a dormire, di notte, fanno un bagno così caldo da scottarsi, per poi scivolare dentro una trapunta che mantiene il corpo caldo. In altre parole, invece di riscaldare lo spazio intorno a sé ognuno assorbe e mantiene nel proprio corpo quanto più è possibile.
In questa luce sono visti anche i soffitti, più bassi rispetto agli standard occidentali, data anche l'altezza media giapponese, in media di dieci centimetri più bassa rispetto a quella delle popolazioni occidentali, infatti, se i soffitti fossero stati più alti, le camere sarebbero state ancor più fredde durante l'inverno e difficili da illuminare. Inoltre, dato che l'attività giornaliera all'interno della casa si svolgeva prevalentemente a livello del pavimento, l'entità dello spazio verticale necessario per il comfort umano è minore di quello occorrente con l'impiego di sedie e tavoli e letti. Usanze e costumi si sono evoluti per adattarsi al modo di vivere orientato al pavimento: quando si entra in una stanza infatti è considerato scortese farlo in posizione eretta.
E, anche se l'architettura recente è, in Giappone, poco diversa da quella dei paesi occidentali, quando si va nelle abitazioni private lo stile di vita senza scarpe, che ha prevalso per secoli, continua. Non importa come e quanto possa cambiare all'esterno la vita giapponese, resta l'inconsapevole sentimento che l'interno dalla casa costituisca un ordine spaziale più alto di quello esterno.




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